Carlo Montana

Ho conosciuto Carlo Montana al principio dell’estate del 2000. Nella sua casa, nel centro, se così si può dire, di San Giacomo, che è un paese della Bassa milanese oggi aggregato, con altri, a Zibido. Le porte della casa hanno le tende a strisce verticali, da scostare per accedere alla penombra. Una roggia lenta lambisce il cortile; di fronte la Casa del Fascio su cui è rimasta traccia della titolazione originaria, a Italo Balbo, e la mole irrisolta della chiesa carmelitana, la cui facciata povera si annuncia sulla   piazza   dove   sorge   anche l’edificio comunale. Sul retro della   casa   i   campi,   a   perdita d’occhio. Ogni parete è tappezzata di quadri. Zeppo anche        lo studio, che occupa l’intero primo piano. I cassetti rigurgitano di disegni e schizzi. Per terra risme di tele accatastate. Il dilagare è arginato solo dalla musica, rock e pop: passione – ma anche rifugio e ossessione – che si anticipa col murale nel cortile.

Carlo è un pittore. Pittore per istinto. Per necessità vitale. Per volontà. Per mestiere. Per angoscia. La pittura ha dominato la sua vita.

La   scoperta   della   vocazione   è precoce. Ha soddisfatto gli studia al liceo artistico di Brera, affinando poi nel tempo il proprio bagaglio tecnico. Lavora assecondando le sue stagioni, in modo esplosivo o per nulla, com’è del tutto naturale in questo mestiere. Pochi hanno visto i suoi dipinti. Pochissimi, ma fedeli, e quasi gelosi del loro pittore, i collezionisti, nel paese, o in quelli vicini. Credo di non aver mai conosciuto un artista di professione che viva così profondamente sradicato dal mondo di cui per altro fa parte, a due passi da una delle capitali dell’arte.

Ma non è sempre stato così. Montana fu trascinato giovanissimo nel vortice della mondanità artistica milanese nella seconda metà degli anni Settanta che mostrava di credere nelle sue possibilità. Un contratto, l’incitamento a produrre a ritmo incalzante. Mostre personali e collettive a Torino, Milano, Firenze, Piacenza, Novara, Albissola. Tutto consumato nel volgere di un paio d’anni, tra il ’77 e il ’79. Vagabondaggi, stordimenti e peripezie con i quali tronca in modo netto, lasciando il mondo che sentiva vuoto e in cui prevalevano orpelli e corollari, per tornare nel silenzio che lo appagava, un silenzio fatto di incertezze e di dubbi, pagando caro il prezzo della sua scelta.

Si potrà forse dire che è il prezzo accettabile per chi, disarmato nei confronti della vita e di quella dei nostri giorni in particolare, è in grado di esprimere i suoi pensieri attraverso un mezzo che egli conosce come la pittura?

Alberto Belotti