Eusebio Gnirro

Eusebio Gnirro. Un nome e un cognome che portano lo stigma di un destino intrinsecamente irrisolto: d’una condanna implicita all’incoerenza e alla contraddizione; sebbene la dissociazione esibisca un impianto affatto armonico che minaccia di relegare gli altri, la pletora dei non-eusebio-gnirro, nel regno dell’asimmetria, della bruttezza, della pochità. In greco antico Eusebioequivale a pio, in virtù dell’esser figlio dell’accoppiamento più o meno giudizioso tra eu, che vuol dire bene, e il verbo sebo, sinonimo di quel venerare che discende nientemeno dal sanscrito vanatiche significa desiderare. Dunque, la sapienza che travalica gli evi sotto forma di concatenazione di parole suggerisce che tutto ciò che desideriamo è bene e tutto ciò che è bene non può assumere altra veste che quella del desiderio? Ecco allora che Gnirro, l’enigmatico cognome toccato in sorte a Eusebio, si rivela perfettamente in tono e parimenti dissonante con il nome, poiché discende da un’arcaica parola dialettale calabrese che sta a indicare il porco, facendo dell’onomatopea una figura retorica permeabile al tragico se esso termine trae origine dal terrificante gniiiiiii che fa da colonna sonora all’avanzata del roseo quadrupede verso lo scannatoio: da musica da parata per il perituro.